34) Mill. In difesa della tolleranza.
Secondo John Stuart Mill qualunque sia l'argomento affrontato,
anche l'immortalit dell'anima o l'esistenza di Dio, il dubbio e
la tolleranza sono sempre pi positivi della sicurezza di giudizio
e della pretesa d'infallibilit.
J. S. Mill, La libert (pagina 96).

Per mostrare pi chiaramente quanto male si faccia con il rifiutar
d'ascoltare delle opinioni perch noi le abbiamo condannate in
anticipazione nel nostro proprio giudizio, sarebbe desiderabile
stabilire la discussione su di un caso determinato. Io scelgo di
preferenza i casi che mi sono meno favorevoli, quelli nei quali
l'argomento contro la libert di opinioni, e dal punto di vista
della verit e dal punto di vista della utilit,  considerato
come il pi forte.
Poniamo che le opinioni combattute siano la credenza in Dio ed in
una vita futura o non importa qualche altra fra le dottrine di
morale generalmente accettate. Dar battaglia su questo terreno 
come offrire un gran vantaggio ad un avversario di mala fede,
poich esso dir sicuramente (e con lui molte persone che non
desiderano punto d'essere in malafede): - Queste sono dunque
dottrine che voi non ritenete abbastanza certe per esser poste
sotto la protezione della legge? La credenza in Dio  una di
quelle opinioni di cui non si pu sentirsi sicuro, senza
pretendere all'infallibilit?.
Ma io domando che mi si permetta di notare come il sentirsi certo
di una dottrina, qualunque essa sia, non  ci che io dico
pretendere all'infallibilit. Io, con questo, intendo il mettersi
a decidere una tale questione anche per conto degli altri, senza
permetter loro di sentire ci che si pu obbiettare dall'altro
canto. Io non denuncio e biasimo meno questa pretesa, se essa si
fa innanzi per sostenere le mie pi solenni convinzioni. Un uomo
ha un bell'essere positivamente convinto, non soltanto della
felicit, ma anche delle conseguenze perniciose, non soltanto
delle conseguenze perniciose, ma anche (per adoperar delle
espressioni che io pienamente condanno) dell'immoralit e della
empiet di un'opinione; se nondimeno, in conseguenza di questo
giudizio personale egli impedisca a questa opinione di parlare in
propria difesa, egli afferma la propria infallibilit. E questa
affermazione  ben lungi dall'essere meno pericolosa o meno
biasimevole perch l'opinione  detta immorale od empia; al
contrario, questo  il caso pi fatale di tutti.
Queste sono precisamente le occasioni in cui gli uomini commettono
quegli spaventevoli errori che suscitano la stupefazione e
l'orrore della posterit. Noi ne troviamo degli esempi memorabili
nella storia, quando vediamo il braccio della legge occupato a
distruggere gli uomini migliori e le pi nobili dottrine: e
questo, purtroppo, con grande successo quanto agli uomini; quanto
alle dottrine, parecchie hanno sopravvissuto, per essere proprio,
quasi per derisione, invocate in difesa di una simile condotta
verso di quelle che non le accettavano, o che ne rifiutavano la
interpretazione comune.
Non si pu ricordare abbastanza sovente alla specie umana che vi 
stato un uomo, il quale si chiam Socrate, e che vi fu un
memorabile conflitto tra quest'uomo da una parte e le autorit
legali e l'opinione pubblica dall'altra. Egli era nato in un
secolo e in un paese ricchi di grandezze individuali; la sua
memoria ci  stata trasmessa da quelli che conoscono meglio lui e
l'et sua, come la memoria dell'uomo pi virtuoso del suo tempo.
Noi lo conosciamo al tempo stesso come il caposcuola e il
prototipo di tutti quei grandi maestri di virt che vennero dopo
di lui, attraverso la sorgente dell'inspirazione di Platone e del
giudizio utilitarismo di Aristotele, i maestri di color che
sanno, i due creatori di qualunque filosofia, etica e non etica.
Questo maestro riconosciuto da tutti i pensatori eminenti a lui
posteriori; quest'uomo la cui gloria sempre crescente da pi che
duemila anni supera quella di tutti gli altri nomi che resero
illustre la sua citt natale, fu mandato a morte dai suoi
concittadini, dopo una condanna legale, come colpevole d'empiet e
d'immoralit. Empiet, perch negava gli dei riconosciuti dallo
Stato; a vero dire il suo accusatore afferma ch'egli non credeva
in alcuno. Immoralit, perch corrompeva la giovent con le sue
dottrine e coi suoi insegnamenti. Si hanno tutte le ragioni per
credere che il tribunale lo abbia trovato, in coscienza, colpevole
di questi delitti; ed esso condann ad essere mandato a morte come
un volgare malfattore l'uomo che fra i suoi contemporanei era
probabilmente il pi benemerito verso la specie umana.
Passiamo all'altro, unico esempio di iniquit giudiziaria, per
ricordare il quale, dopo la morte di Socrate, non si debba
scendere un gradino pi basso. Noi alludiamo all'avvenimento che
si comp sul calvario, pi di diciotto secoli or sono. L'uomo che
lasci in tutti quelli che l'avevano veduto e sentito una tale
impressione della sua grandezza morale, che diciotto secoli hanno
reso omaggio a lui come all'Onnipotente, fu condannato a morte
ignominiosa come bestemmiatore. Perch? Non soltanto gli uomini
non riconobbero punto il loro benefattore, ma lo presero per il
contrario di quello ch'egli era, e lo trattarono come un prodigio
di empiet. Ed ora sono ritenuti essi come tali, a cagione del
modo con cui lo trattarono. I sentimenti che animano oggi la
specie umana a proposito di questi dolorosi avvenimenti, la
rendono estremamente ingiusta nel suo giudizio sugli sciagurati
attori.
Questi, secondo ogni apparenza, non erano peggiori della
generalit degli uomini: erano all'incontro uomini che possedevano
in modo completo, pi che completo forse, il sentimento religioso,
morale e patriottico del loro tempo e del loro paese; di quelli
uomini insomma che sono fatti in ogni tempo, compreso il nostro,
per traversare la vita rispettati e senza macchia. Quando il gran
sacerdote si stracci gli abiti sentendo pronunciare le parole
che, secondo le idee del suo paese, costituivano il pi nero dei
delitti, la sua indignazione e il suo orrore erano probabilmente
cos sinceri, come oggi i sentimenti morali e religiosi professati
dalla generalit delle persone pie e rispettabili. E molti di
quelli che ora fremono della sua condotta, avrebbero agito allo
stesso modo, se avessero vissuto in quell'epoca, e fossero stati
ebrei. I cristiani ortodossi che sono tentati a credere uomini
assai peggiori di loro quelli che lapidavano i primi martiri,
dovrebbero ricordarsi che San Paolo fu tra questi persecutori.
J. S. Mill, Pagine scelte, Facchi, Milano, 1923, pagine 53-56.
